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Alla Cina il controllo, tra luci e ombre, del Porto del Pireo scelto da Xi Jinping come “testa del Dragone in Europa”

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Tempo di lettura: 3 minuti

Il Porto del Pireo, come si sa, è il primo scalo che si trova all’uscita del Canale di Suez ed è quindi fortemente strategico per le rotte del Mediterraneo, già individuato peraltro come la possibile testa del Dragone in Europa dal presidente cinese Xi Jinping.

Tant’è che dopo aver messo gli occhi sullo storico, ma veramente storico porto di Atene ne 2016 la Cina, in concomitanza con la grave crisi economica e sociale della Grecia, provocata dalla miopia dell’Unione Europea per un Paese sì sull’orlo del fallimento ma che rappresentava solo il 2 per cento del Pil Ue, riuscì nel progetto di entrare con la quota maggioritaria del 51 per cento nella gestione dello scalo attraverso la Cosco (China Ocean Shipping Company) iniettando nel capitale sociale 294 milioni di euro.

Nel frattempo la gestione Cosco ha ottenuto risultati straordinari per il Pireo che da 700mila teu del 2009 è passato ai 5,4 milioni dello scorso anno. Così si è arrivati al momento del via libera per l’acquisizione da parte della Cosco di un’altra quota pari al 16 per cento con una ulteriore iniziazione di 88 milioni di euro che porta in dotazione alla company cinese praticamente la governance dell’Authority del Pireo con il 67 per cento del capitale, lasciando al governo greco un solo rappresentante su 11 componenti nel consiglio di amministrazione. La Cosco tra l’altro ha avuto il disco verde non solo per l’acquisizione dell’aggiuntivo 16 per cento ma anche la proroga per investimenti sul Pireo di 300 milioni di euro.

Questi i passaggi. I commenti su questa operazione cominciano a mettere in luce le ombre, come ha fatto per esempio l’’HuffPost a firma di Claudio Paudice sotto un titolo che da solo esprime un giudizio severo: “La privatizzazione del Pireo è stata un affare, ma solo per i cinesi, non per i greci”. Bilancio così spiegato: “A cinque anni dall’arrivo di Cosco emergono le modalità coloniali di Pechino e i pochi benefici per l’economia locale. Sotto il naso di Bruxelles”.

L’analisi dell’’HuffPost , ripresa da altre testate, inizia così: “In pochi anni ne ha fatto lo scalo più trafficato del Sud Europa, la via d’accesso privilegiata per le merci destinate ai mercati dell’Europa orientale e il punto di smistamento più servito per quelle destinate ai mercati dell’Europa centrale. Non c’è dubbio che col porto del Pireo, acquisito nel 2016 nel pieno della crisi del debito che travolse Atene, la compagnia statale cinese Cosco ci ha saputo fare. Dal punto di vista di Pechino, l’investimento è senz’altro riuscito, per ragioni economiche e per ragioni strategiche. Ma per l’economia e la comunità locale, e più in generale, per lo Stato greco, aver ceduto il controllo di una infrastruttura come il Pireo a una società straniera si è rivelata una mossa azzeccata? A cinque anni dalla privatizzazione è tempo di bilanci.”

Segue questa emblematica premessa ad un ragionamento molto articolato che riguarda sia la geopolitica che la geoeconomia che riguarda l’Italia e ovviamente l’Europa: “Il Pireo non è il primo porto Ue in cui una società statale cinese ha messo radici. Pechino, attraverso le sue Soe (state-owned enterprises), ovvero aziende statali che rispondono dei loro risultati finanziari e operativi direttamente al supremo organo amministrativo della Repubblica Popolare, il Consiglio di Stato, e quindi al Partito Comunista Cinese, ha partecipazioni sparpagliate nei più importanti terminal portuali del Vecchio Continente: a Rotterdam (primo porto d’Europa), Anversa, Zeebrugge, Bilbao, Valencia, Vado Ligure, Dunkirk, Marsiglia, Le Havre, Marsaxlokk, Salonicco. Quello del Pireo è però un caso più unico che raro, perché nessun Paese dell’Ue aveva mai ceduto prima a un investitore estero, per giunta statale, il controllo di un’intera Autorità Portuale (Port Piraeus Authority), e non solo dei singoli terminal… “.

E. M.

 

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