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Che cosa dovrebbero fare i porti e le città portuali per favorire lo sviluppo dell’economia circolare?

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Tempo di lettura: 3 minuti

LA SPEZIA – Dal libro-inchiesta “Dialoghi fra porti e città al tempo della globalizzazione” ecco, come annunciato la risposta alla prima domanda del Presidente Mario Sommariva (Porti della Spezia e di Marina di Carrara) che è che cosa dovrebbero fare i porti e le città portuali per favorire lo sviluppo dell’economia circolare?

Occorre intanto dire che il tema della convivenza fra i porti è le città è cruciale per la prospettiva futura dei porti italiani. Si tratta forse della questione più importante che i porti debbono affrontare per individuare la loro identità all’alba del terzo decennio del XXI secolo. Come sappiamo, nella maggior parte delle città portuali, il tessuto urbano è cresciuto attorno ai porti mentre i traffici portuali si facevano via via, sempre più invasivi. La polverizzazione e lo sfarinamento della società, tipici dell’era post-industriale, hanno determinato il fatto che, le vecchie identità sociali, i gruppi familiari e di mestiere che cementavano la loro connotazione, potremmo dire antropologica, attorno ai porti, si sono “liquefatti”. Il porto quindi, lungi dall’essere un fattore di coesione sociale è diventato, nella percezione dei cittadini, una somma di esternalità negative. Luogo di rumori molesti e di emissioni dannose.

Nel migliore dei casi, uno sbarramento insormontabile rispetto alla fruizione libera del “mare”. Ho voluto sottolineare in primo luogo gli aspetti “sociologici”, rispetto a quelli meramente ambientali perché credo che, innanzitutto, la “rottura” fra i porti e le città sia in primo luogo il prodotto dei mutamenti avvenuti negli ultimi decenni, nell’organizzazione del lavoro nei porti, nella catena logistica e nella trasformazione dei vettori marittimi.

(2 – continua)

Questi fenomeni hanno sempre più reso i porti “corpi estranei” rispetto al tessuto urbano. Se volessimo per una volta vedere questo fenomeno guardandolo “dal mare”, vale a dire dal punto di vista dei marittimi imbarcati sulle navi, ci accorgeremmo come, per loro, le città, abbiano perso totalmente quella funzione di rifugio e di contatto con la normalità quotidiana che hanno avuto fino a qualche anno fa. In questo caso, la relazione fra i marittimi e le città è stata stritolata dai ritmi ossessivi delle operazioni di sbarco e imbarco che, in alcune tipologie di nave, come i traghetti o le portacontainer, impediscono minime pause nelle quali poter respirare, appunto, un ‘agognata “normalità”.

Ho fatto questa considerazione citando la visuale dei marittimi solo per evidenziare come, la lontananza “sentimentale” fra i porti e le città, sia diventata sempre più forte per la disconnessione sociale che si è prodotta quale effetto dei mutamenti tecnologici e organizzativi che hanno pervaso il mondo dei traffici marittimi. Solo il ristretto numero di coloro che vivono e lavorano nel porto ne comprendono il valore e ne apprezzano, persino esteticamente, la “bellezza”.

Ma si tratta di circoli ristretti, di poche persone, poco influenti sul piano dell’opinione pubblica.

Talvolta questo amore per il porto viene persino scambiato per corporativismo.

La mia risposta alla domanda è dunque in primo luogo quella di attivare iniziative, soprattutto culturali, per fare comprendere alle città il valore dei porti. Senza i porti quelle città sarebbero in realtà prive di una parte essenziale della propria identità storica e culturale.

In secondo luogo vi è un semplice ragionamento economico. Oggi la parola “competitività” si sovrappone al concetto di “connettività”. Solo i territori “connessi” (virtualmente e fisicamente) sono territori competitivi. In questo senso dunque porto equivale a ricchezza per il territorio. Questo non deve mai essere dimenticato.

In terzo luogo i soggetti che governano i porti, leggasi le Autorità di sistema portuale, debbono virare senza indugio, verso politiche di sostenibilità ambientale, facendo di questo una vera priorità e non un fiore all’occhiello o peggio una foglia di fico. Solo costruendo un circolo virtuoso che inverta la percezione dei cittadini verso i porti e facendo di ogni azione per lo sviluppo e la crescita un’azione “sostenibile” sarà possibile fare dei porti dei veri e propri “poli” dell’economia circolare.

 

 

 

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