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E se la plastica negli oceani, flagello dei mari del XXI secolo, potesse diventare la fonte di nuovi efficaci antibiotici?

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San Diego – La plastica negli oceani potrebbe diventare la fonte di nuovi antibiotici. La sorprendente scoperta viene da una ricerca scientifica della National University di San Diego, in California, in collaborazione con la Scripps Institution of Oceanography.

La notizia è stata rilanciata da Daily Nautica con an articolo di Paola Ponga che spiega: i ricercatori sono partiti dalla considerazione che ogni anno vengono riversate negli oceani tra le 5 e le 13 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, dai grandi detriti galleggianti alle microplastiche su cui i microbi possono formare interi microsistemi.

Ebbene queste enormi quantità di detriti sono ricche di biomassa e potrebbero essere ottimi candidati per la produzione di antibiotici.

Gli scienziati, infatti, hanno eseguito un esperimento inserendo plastica di polietilene ad alta e bassa densità (quella dei sacchetti della spesa vicino ad un molo di La Jolla (California) per una durata di 90 giorni.

Al termine di questo periodo, hanno isolato nella plastica 5 tipi di batteri produttori di antibiotici, inclusi ceppi di Bacillus, Phaeobacter e Vibrio, e li hanno poi testati contro una varietà di bersagli Gram positivi e negativi, scoprendo che erano efficaci contro i batteri, compresi due ceppi normalmente resistenti agli antibiotici.

“Considerando l’attuale crisi di efficacia degli antibiotici conosciuti e l’aumento dei superbatteri – ha affermato Andrea Price protagonista dello studio – è essenziale cercare fonti alternative”.

Conclusione: “Le plastiche oceaniche, vero flagello dei mari del XXI secolo, potrebbero quindi essere la chiave per sconfiggere alcune malattie”.

È incredibile ma – osserva opportunamente Paola Ponga – sembra che la natura ci voglia davvero bene, qualsiasi danno possiamo arrecarle.

Per chi volesse approfondire l’argomento loo studio è stato pubblicato su www.phys.org e www.asm.org.

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