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“Toh, c’è Shelley in Via Prione!” ovvero il contributo di Gino Ragnetti nel bicentenario di un tragico naufragio

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LERICI – Nella notte dell”8 luglio del 1822 Percy Bysshe Shelley, dopo una vita errabonda e avventurosa, annegò, trentenne, di ritorno da Livorno. Il mare restituì il suo corpo sulla spiaggia di Viareggio il 18 luglio 1822, dieci giorni dopo il naufragio della sua goletta, l’Ariel, che era salpata da San Terenzo dove era ormeggiata davanti a Casa Magni ora Villa Shelley, dove il poeta visse gli ultimi periodi della sua vita. Nel bicentenario del tragico naufragio il Sindaco Leonardo Paoletti ha annunciato per giugno la celebrazione di un grande festival. Per questo piace ospitare in vista di questa rivisitazione un articolo affidato ai social dal giornalista e scrittore Gino Ragnetti.

di Gino Ragnetti
L’8 febbraio di duecento esatti anni fa, Percy Bysshe Shelley, uno dei più grandi alfieri del romanticismo inglese, stava gironzolando qui, nel golfo, fra Lerici, la Spezia e Portovenere per cercare una casa nella quale trascorrere, lui, la moglie Mary, il figlioletto Percy Florence, e gli amici, i mesi dell’estate a venire.
Era la seconda volta che il grande poeta veniva a Spezia per la sua missione vacanziera. La prima spedizione era avvenuta nell’autunno del 1821. Come rivelava la scrittrice e compositrice musicale Florence Ashton Marshall in “The life and letters of Mary Wollstonecraft Shelley” (Richard Bentley & son, Londra, 1889) insieme a Mary e alla di lei sorellastra Mary Jane Clairmont detta Claire, aveva soggiornato per tre giorni in città sperando di trovare appunto una magione abbastanza grande da ospitare tutta la tribù, ma fu fatica sprecata. D’altronde a quel tempo Shelley e Byron andavano ancora d’amore e d’accordo, e quindi a passare con loro la bella stagione doveva esserci pure lo stravagante lord inglese. C’era però un grosso problema. Byron viaggiava solitamente con una raffinata carrozza napoleonica trainata da due pariglie con valletti assisi davanti e dietro l’imperiale, e con sette servitori al seguito, portandosi dietro due fourgon con i mobili e pile di libri, un bulldog, due gatti, una scimmia, tre pavoni, due oche, alcune galline e nove cavalli, per cui era difficile, per non dire impossibile, trovare in una cittadina come Spezia, dove non c’era manco l’acqua nelle case, un alloggio adatto alla bisogna. Tanto più che mai e poi mai Byron avrebbe rinunciato a tutte le sue comodità.
In quella occasione i tre rimasero incantati dell’ambiente, e siccome Claire non poteva fermarsi oltre per un impegno che la reclamava a Firenze, gli Shelley dovettero rinunciare sul momento a continuare la ricerca, ancora a Spezia, di una casa in grado di ospitare una tanto numerosa comitiva. Perciò si sistemarono a Pisa, dove il primo di novembre li raggiunse Byron. Si ripromisero tuttavia di tornare a Spezia per riprendere la perlustrazione.
Il fascino del golfo aveva ormai sedotto Shelley, il quale pertanto, giustappunto nel febbraio del 1822, in compagnia di Edward Ellerker Williams, il carissimo amico che sarebbe poi perito con lui nel naufragio della Ariel, tornò qui con la speranza di scoprire finalmente un alloggio dove godersi come minimo l’estate a venire, però senza Byron, con il quale Shelley non legava più tanto. Con l’aiuto di un canonico che si era prestato a far loro da barcaiolo, i due amici si erano fatti portare a fare un giro davanti alla costa di ponente del golfo scendendo anche a terra per ispezionare i vari paeselli della costa, San Vito, Marola, Cadimare, Fezzano… Però non ebbero fortuna.
Gira e rigira, individuarono alla fine, però in tutt’altra parte della rada, un edificio a un piano che sporgeva sulla scogliera a breve distanza dal villaggio di Santerenzo. Era Casa Magni, la stessa poi presa in affitto nella primavera successiva, e dove Shelley – mentre Byron da Pisa si trasferiva a Livorno – avrebbe abitato con la moglie e gli amici sino al fatale viaggio di ritorno da Livorno con la Ariel, la barca che aveva ricevuto da un cantiere genovese solo poche settimane prima.
Durante il soggiorno santerenzino Percy lasciò ai posteri il segno della sua grandezza e della sua passione per il futuro golfo dei poeti.
«Io, come la rondine di Anacreonte ho lasciato il mio Nilo e sono migrato qui per l’estate, in una casa isolata di fronte al mare e circondata dal soave e sublime scenario del Golfo della Spezia»
«La scena era davvero di una bellezza inimmaginabile. La distesa azzurra delle acque, la baia quasi del tutto circondata dalle coste, con il vicino castello di Lerici che la chiude a est, e Porto Venere a ovest in distanza».
«… e noi navighiamo in questa deliziosa baia nella brezza della sera e sotto la luna estiva finché la terra ci appare un altro mondo»
Provenienti da Pisa, Percy e Mary giunsero a Villa Magni il 26 aprile del ’22  (fra un mese sarà dunque il bicentenario) insieme al figlioletto Percy Florence, alla sorellastra di Mary, Mary Jane, a uno stuolo di servitori e ad alcuni amici, fra cui Williams con la moglie Jane, ed Edward John Trelawny, una sorta di avventuriero dei mari del sud, lo stesso che il 15 dell’agosto a venire sulla spiaggia di Viareggio (nell’immagine il dipinto di Louis Édouard Fournier) avrebbe frugato a mani nude fra le ceneri ardenti della tragica pira per recuperare il cuore dell’amico e consegnarlo all’affranta Mary. Tra loro non c’era Byron, trasferitosi da Pisa a Livorno, ciò perché negli ultimi mesi, come dicevo, l’amicizia tra i due grandi poeti inglesi si era alquanto raffreddata.
Finalmente avuta la barca, uno schooner a due alberi lungo sei metri, Shelley si divertì un modo a vagabondare nel golfo per impratichirsi nelle manovre. Per fare vedere quant’era bravo, giunse persino ad azzardare rischiose evoluzioni dirimpetto alla spiaggia di Spezia a uso e consumo dei divertiti residenti e villeggianti. Poi si spinse fino all’arcipelago davanti a Porto Venere, subendo il fascino del Tino, scoglio da lui ribattezzato “L’isola delle sirene”. E infine partì alla volta di Livorno con William e con Charles Vivian, il diciottenne mozzo inglese arrivato con la barca, che li seguiva come un’ombra, per il viaggio che l’8 di luglio, sulla via del ritorno a casa, doveva condurli tutti nell’immortalità.
Del soggiorno lericino, oltre a numerose lettere Shelly ci ha lasciato “Lines written in the bay of Lerici” e “Triumph of life”, poema rimasto purtroppo incompiuto, sospeso sull’eterna domanda: “What is life?”.
L’aspetto curioso di questa vicenda è che mentre nei sacri testi di storia spezzina c’è ampio spazio per i soggiorni – brevissimi – di Alessandro Manzoni e soprattutto di Richard Wagner (ricordo peraltro doveroso dal momento che qui, come egli stesso scrisse, gli si rivelò il preludio di uno dei suoi capolavori, Das Rheingold, L’oro del Reno), a quanto ne so delle due ben più prolungate visite di Percy in città non c’è nemmeno una riga!
Nella foto: il quadro con la pira con il corpo di Shelley cremato sulla spiaggia di Viareggio
Nella foto in alto Villa Shelley oggi, qui sopra come era ai tempi di Shelley quando si chiamava Villa Magni

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