Le “distinzioni” tra Blu Economy e Economia Portuale: “Il caso Spezia”

LA SPEZIA – La sconosciuta, fino a trent’anni fa, blu economy, dopo la prima ricerca di Unioncamere ha guadagnato quella identità (e quella scena) che, nonostante l’Italia sia una penisola protesa sul mare, che oggi ha e giustamente.
Ma la sua sintesi sotto una stessa dizione non può e non deve sfumare il ruolo e la portata storica, attuale e futura delle sue componenti strutturali a cominciare dal sistema porto.  Spieghiamo il perché affidandolo a una utile e aggiornata riflessione.
di Salvatore Avena

Negli ultimi anni, il termine “blu economy” è stato ampiamente utilizzato nel dibattito pubblico, nella pianificazione strategica e nelle politiche di sviluppo economico, fino a diventare una sorta di etichetta onnicomprensiva. Blu economy significa, in senso lato, l’insieme delle attività economiche legate al mare: pesca, turismo, cantieristica, ricerca scientifica, energie rinnovabili marine, insieme, ovviamente, alla portualità. Questo ampliamento di significato rischia tuttavia e paradossalmente di indebolire proprio la irrinunciabile specificità di alcuni settori chiave, come quello portuale.

Il porto commerciale rappresenta infatti molto più che un semplice segmento della blu economy: è un’infrastruttura strategica, un nodo cruciale per il commercio nazionale e globale, un luogo in cui si intrecciano logistica, servizi, innovazione tecnologica e lavoro specializzato. Ridurre la portualità a semplice componente o addirittura a “sottocategoria” della blu economy significa, per certi versi, appiattire le sue funzioni e disperderne l’identità. L’economia portuale si caratterizza infatti per la sua funzione di servizio – è la porta d’accesso e di uscita delle merci, il punto di collegamento fra i mercati mondiali e i territori locali, il motore silenzioso che sostiene l’industria, il commercio e la catena logistica e di approvvigionamento su scala nazionale, europea e mondiale.

Se osserviamo il caso della Spezia, questa tendenza all’omologazione rischia di cancellare o sbiadire una storia economica lunga e articolata: il Porto della Spezia non è solo una piattaforma logistica, ma ha rappresentato e rappresenta tuttora un laboratorio di trasformazione urbana, sociale, produttiva.

Oggi, rischiare di “sfumare” questa realtà nella nebulosa della blu economy significa non riconoscere il ruolo centrale che il Porto della Spezia ha avuto – e ha tuttora – nello sviluppo della città. Significa dimenticare la specificità del lavoro portuale, la complessità delle filiere logistiche, il patrimonio di competenze e relazioni internazionali che ruotano attorno alle banchine. Significa, in fondo, trascurare le questioni di governance, sostenibilità, sicurezza, innovazione che rendono il sistema portuale italiano – e spezzino in particolare – un pilastro insostituibile per l’intero sistema economico nazionale.

Dal secolo scorso, infatti, La Spezia ha modellato la propria identità anche attorno al porto e alle industrie ad esso collegate. Lo sviluppo del porto ha significato apertura al mondo con la città che si è trasformata da capoluogo di provincia a snodo industriale e commerciale di primo piano favorendo peraltro anche lo stesso sviluppo della nautica che deve, all’intesa sul Piano regolatore portuale, la possibilità di avere aree, linee di costa e concessioni demaniali.

Va anche sottolineato che l’economia portuale spezzina è il risultato di una forte identità imprenditoriale, capace di consolidarsi e di svilupparsi senza dipendere in modo determinante da altri settori economici. Questo elemento risalta in modo particolare se si considera la crisi dell’Efim e delle Partecipazioni statali, che hanno profondamente segnato la storia industriale italiana e spezzina, compromettendo per decenni, la crescita di nuovi modelli economici nel territorio. Mentre molte imprese locali si reggevano sulle Partecipazioni statali, con il conseguente e progressivo declino dell’iniziativa imprenditoriale privata, il porto commerciale della Spezia ha mantenuto la propria autonomia e identità, continuando a offrire un contributo fondamentale sia dal punto di vista economico sia occupazionale, persino nei momenti più critici del comparto pubblico.

Una narrazione attenta e consapevole dovrebbe quindi saper distinguere: valorizzare la pluralità delle economie del mare, senza però perdere di vista le peculiarità, le radici storiche e il ruolo strategico del dell’economia portuale.

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