Stretto di Hormuz – Gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che hanno provocato una rappresaglia missilistica iraniana, hanno anche provocato la chiusura dello Stretto di Hormuz e vietato il passaggio alle navi da parte delle Guardie Rivoluzionarie con avvisi radio.
Le minacce, pur in assenza di un atto formale, come si sa hanno causato un’immediata interruzione del traffico marittimo, molte navi infatti si sono fermate nel Golfo dell’Oman o hanno invertito la rotta come le petroliere della KHK Empress e della Desh Abhimaan battente bandiera indiana.
Come detto numerosi armatori, tra cui il colosso danese Maersk, hanno sospeso il transito attraverso lo stretto e anche le compagnie di assicurazione marittima hanno interrotto la copertura per i viaggi nell’area, esponendo gli operatori a rischi elevatissimi.
E’ scontato che la riapertura dei mercati petroliferi sia accompagnata da previsioni di un forte aumento del prezzo del greggio Brent, che potrebbe raggiungere i 100 dollari al barile, livelli registrati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.
Per gli analisti un blocco prolungato potrebbe impedire il transito di fino a 20 milioni di barili al giorno, pari al 20% dell’offerta globale.
Otto Paesi dell’OPEC+, Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman, intanto si sono riuniti virtualmente per valutare la situazione del mercato, annunciando un modesto aumento della produzione di 206mila barili al giorno a partire da aprile e incontri mensili per monitorare l’andamento del mercato, con la prossima riunione fissata al 5 aprile.




