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Il prezzo della pace aprirà un nuovo ciclo per il commercio mondiale e le relazioni internazionali

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Tempo di lettura: 3 minuti

LA SPEZIA – Le nuove ineludibili sfide richiedono consapevolezza e responsabilità perché non siano subite ma governate: per questo occorre prepararci già al dopoguerra prima che “scoppi” l’auspicata pace che ponga fine prima di tutto alla insopportabile tragedia umanitaria.

di Salvatore Avena

Nel dopoguerra che auspichiamo il più rapido possibile, le emergenze da gestire sul piano umanitario e sociale saranno tante e complesse e su questo ogni Paese dovrà fare la sua parte, tuttavia abbiamo anche il dovere di guardare oltre e cercare di capire cosa accadrà di quel sistema economico globalizzato che per decenni ha organizzato la produzione e lo scambio di beni e servizi nel mondo.

Perché una cosa è certa, la guerra fra Ucraina e Russia si sta facendo con le armi, ma di fatto anche il mondo occidentale è in guerra con la Russia, una guerra che si sta combattendo sul piano economico e finanziario.

L’economia del mondo in questi trent’anni si è costruita con processi industriali, commerciali e finanziari completamente globalizzati. Paesi dell’occidente e Paesi dell’oriente hanno perfezionato relazioni internazionali per favorire le catene di approvvigionamento, le stesse aziende hanno delocalizzato le produzioni cercando le condizioni più favorevoli, si sono rafforzate le catene logistiche nei trasporti soprattutto via mare e sono stati sviluppati processi digitali che hanno favorito e reso veloce questo contesto in continua crescita.

Non solo, gli Stati e la stessa Unione Europea sono intervenuti con leggi e direttive che hanno favorito lo scambio internazionale di beni e servizi, e contestualmente i sistemi bancari hanno messo a punto nuove procedure per favorire gli scambi finanziari e i relativi controlli nei traffici mondiali.  Per entrare ancor più nel merito bisogna ricordare che la globalizzazione della finanza e del commercio sono sostanzialmente nate e volute all’occidente per accrescere il proprio sviluppo.

Tutto questo è avvenuto come conseguenza di una strategia economica che per prima ha colto il venir meno dei blocchi politici occidentali e orientali, quelli che hanno condizionato l’economia del mondo dell’immediato dopo guerra.

Ora, rispetto al futuro del dopo guerra in Ucraina e le conseguenze geopolitiche che porterà nelle economie occidentali, si aprono una serie di interrogativi sul sistema consolidato degli approvvigionamenti su base globale come vissuto fino ad oggi, ma soprattutto è urgente comprendere quale potrà essere il modello di scambi commerciali e finanziari che si potrà determinare.

Per essere chiari, con la guerra economica in corso, già si vedono ricreare blocchi contrapposti, da un lato l’occidente e dall’altro il blocco asiatico, e la stessa Cina risulta molto tiepida sull’argomento guerra anche perché è il primo importatore di petrolio e di materie prime dalla Russia. Di contro però è anche l’economia che per decenni è stata la grande beneficiaria della globalizzazione

Oggi sono molte le tesi in campo. Si pensa ad esempio che gli Stati in futuro potrebbero tornare a commerciare principalmente con altri Stati con lo stesso grado di crescita e appartenente nella medesima sfera d’influenza economica, ma è anche vero che non tutti gli Stati hanno materie prime e risorse energetiche per mantenere la propria economia e quindi sarà difficile rinunciare a politiche commerciali basate anche su alleanze strategiche.

L’unico dato di fondo ben compreso almeno dai Paesi europei è quanto può essere pericoloso dipendere eccessivamente da altri Paesi per materie prime, energia e tecnologia.

Ma tutte queste incertezze e preoccupazioni espongono comunque a rischi imprevedibili le catene logistiche e tutte le attività dirette e indirette che con la globalizzazione sono nate nei porti negli aeroporti e nei trasporti.

 

Pensiamo alla nuova Via della Seta su rotaia che collega l’Asia all’ Europa, un progetto sostenuto dalla Cina e da Paesi Europei per il quale sono stati fatti enormi investimenti e che ora con la guerra e con le sanzioni alla Russia rischia di vedere compromesso o ridotta la sua funzionalità. Che cosa ne sarà di un progetto logistico avanzato che attraversa principalmente il territorio della Russia?

La speranza è, insomma, che i più grandi produttori mondiali continuino nel loro processo di crescita, e che il grande export italiano ed europeo mantengano i loro mercati di riferimento, questi processi globali per anni hanno rafforzato le economie e favorito crescita e benessere.

Sarebbe peraltro impensabile che oggi Paesi come la Cina e il resto del Far East possano rinunciare a commerciare con l’occidente.

Allora le domande sono: che cosa succederà nel futuro? Come saranno organizzati gli scambi commerciali e i trasporti? Come dovranno rivedere la loro organizzazione le grandi piattaforme portuali?

Quesiti ai quali sarà difficile dare risposte semplici anche perché gli interessi in campo sono notevoli e articolati, in una parola complessi.

Sicuramente ci sarà da ricostruire una globalizzazione nuova, magari più limitata e con caratteristiche diverse e forse, se non si ritrovano le condizioni precedenti, divisa in blocchi economici, finanziari e politici.

Ciò che deve indurre a credere che in concreto si aprirà giocoforza un nuovo ciclo per il commercio mondiale e le relazioni internazionali.

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