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Perché la pandemia e la guerra ci impongono di ripensare i nostri modelli di sviluppo

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Tempo di lettura: 3 minuti

La pandemia prima, la guerra nel cuore dell’Europa adesso impongono cambiamenti forse impensabili fino a due anni fa ma ora urgentemente necessari.

di Salvatore Avena

Nel dopo pandemia, peraltro non ancora del tutto debellata, è arrivato con tutti i suoi devastanti effetti l’invasione russa in Ucraina, guerra che, al netto di tutte le conseguenze umane, sociali e geopolitiche che certamente sono e restano il problema principale, impone di affrontare anche le conseguenze economiche e sui traffici delle merci.

Partiamo dal costo del petrolio e gli effetti che sta provocando nei trasporti e, a cascata, sui costi della produzione e sui prezzi al consumo.

Nei giorni scorsi gli autotrasportatori italiani hanno indetto giornate di protesta per l’aumento del carburante che potrebbe rendere più difficoltoso l’arrivo e la partenza delle merci lungo tutto la penisola e anche oltralpe.

Sui trasporti via mare la pandemia e oggi ancora di più l’aumento vertiginoso dei noli marittimi continuano ad alimentare spirali inflazionistiche che stanno colpendo molte delle economie reali dei singoli Paesi e L’Italia non fa eccezione con l’ulteriore incidenza sulla produzione e i prezzi al consumo.

Le sanzioni, strumento di politica estera previsto dal diritto internazionale, che sono state adottate dall’Unione europea il 23 e 25 febbraio scorsi, alle quali ha aderito perfino la Svizzera, cominciano ad avere effetti non solo sui destinatari diretti ma anche sulle economie dei Paesi Europei, a cominciare dall’aumento dei costi delle materie prime, al netto della loro prevedibile carenza, che coinvolgerà tutte le filiere produttive condizionando pertanto e ovviamente i costi finali.

Tutto questo avviene dopo che la diffusione del Covid19 ha già avuto, per due lunghi anni, un forte impatto sulla vita delle persone, sulla produzione e sul consumo mondiali. Durante la pandemia abbiamo visto infatti come sono cambiate le abitudini (al consumo) di molti italiani con il fenomeno della corsa all’e-commerce che ha obbligato tutti i diversi operatori della supply chain, a livello globale, regionale e locale, a dover garantire gli approvvigionamenti. Operatori che per fare fronte all’impennata della domanda hanno affrontato una sfida senza precedenti in quanto, in condizioni di restrizioni sanitarie, hanno dovuto ripensare i loro protocolli e i loro sistemi operativi, integrando tecnologie e adattandosi alla nuova realtà.

Tanto premesso e attualizzato, va ricordato che in questi ultimi decenni quasi tutte le principali economie del mondo hanno contribuito a costruire mercati interconnessi, globalizzando tutti i processi delle catene logistiche. Con le distanze fra i mercati delle materie prime, i luoghi della produzione e dei consumi finali che non sono mai state un problema. L’ importante era garantire il funzionamento delle supply chain internazionali con l’organizzazione dei trasporti marittimi aerei e terrestri.

In questo contesto è più che evidente che ogni Paese importatore ed esportatore non può prescindere da una propria economia altamente integrata nell’economia mondiale dove regole e tempi sono scanditi dalla globalizzazione per lo scambio di beni e servizi.

Emblematiche sono state al riguardo le forniture per mascherine sanitarie all’inizio della pandemia e recentemente la questione dei microchip, fondamentali per il funzionamento di tutte le apparecchiature elettroniche diventate una priorità industriale in moltissimi Paesi del mondo.

La guerra in Ucraina nel cuore dell’Europa – sia quella combattuta sui luoghi del conflitto sia quella combattuta con le sanzioni – ci obbliga inoltre, oggi e nel prossimo futuro, a fare inattesi conti con gli effetti di breve e di lungo periodo e per quanto incideranno nelle economie e nelle catene logistiche di tutti Paesi.

Una cosa certa è che a causa e in conseguenza della pandemia e della guerra assisteremo a cambiamenti di visione e a nuovi paradigmi rispetto alla globalizzazione delle economie come l’abbiamo pensata e vissuta negli ultimi anni.

Andranno ripensati modelli di crescita e di approvvigionamento, andranno riviste forme di scambio commerciali e ridimensionate le dipendenze economiche da Paesi terzi.

In sostanza avremo necessità di ripensare la globalizzazione dei mercati in un mutato scenario di bisogni mondiale.

In questo contesto la portualità e la logistica giocheranno un ruolo chiave per la loro natura e per la loro interconnessione con il mondo. E la grande nuova sfida sarà di riuscire a comprendere e ad anticipare i cambiamenti in corso, sapendo che non basteranno solo i processi di innovazione tecnologica e informatica che tuttavia dovranno garantire un buon livello di cybersecurity.

Siamo tutti convinti che nel futuro non si potrà fare a meno di scambi e traffici internazionali e catene logistiche mondiali come siamo convinti che non potranno esistere forme economiche di autosufficienza che renda gli Stati indipendenti da Stati esteri, consapevoli comunque che va attenuato rapidamente il gap, accentuato proprio dalla globalizzazione, tra fornitori di materie prime e produzione manifatturiera.

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