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Porti e Logistica: tra ambiente e finanza c’è un prezzo che il nostro Paese non può permettersi di pagare

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LA SPEZIA – Portualità e logistica: il sistema italiano che è candidato a diventare la piattaforma del Mediterraneo per la sua posizione geografica corre, nel contempo, alcuni rischi che è  bene che i decisori politici affrontino con  consapevolezza e fermezza.  Il nostro punto di vista.

di Salvatore Avena

Oggi la discussione sulla portualità e la logistica ha assunto un interesse diffuso rispetto a pochi anni fa. Ci sono da un lato il riconoscimento di essere stato definito un settore “essenziale” per l’economia del Paese, ricordando i mesi più duri della pandemia, dall’altro la particolare attenzione che il PNRR, con misure di investimento e riforme dirette ed indirette,  sta dedicando all’intero sistema logistico portuale italiano.

Tuttavia una riflessione, in questo nuovo contesto, è opportuno farla anche alla luce di quanto discusso nella COP 26, quindi sul tema della sostenibilità ambientale e sul processo avviato con la transizione ecologica quale pilastro principale del Next Generation UE.

Partiamo dall’assunto principale che spinge il nostro Paese ad essere la piattaforma naturale per la logistica portuale di un Mar Mediterraneo nel quale transita oltre il 20% dell’intero traffico marittimo mondiale.

Questo riferimento, confortato dal fatto che è sempre più crescente l’uso del mare come via di comunicazione e di trasporto più sostenibile rispetto al trasporto terrestre, ci dice prioritariamente che la sostenibilità ambientale va considerata soprattutto per il traffico marittimo e dunque per le infrastrutture che accolgono la merce (i Porti) e quelle che trasferiscono i traffici a terra (Hub logistici).

Ma mentre, per il settore terrestre, forte e sostenuto è anche l’intervento del sistema pubblico, confermato attraverso il PNRR, poco invece è percepibile per il settore marittimo dove spesso si discute sui carburanti meno inquinanti ma sugli obbiettivi futuri poco è dato sapere; resta tuttavia il dato controvertibile cioè che minori sono le distanze marittime percorse e più contenuto è l’impatto per l’uso di carburanti derivanti da idrocarburi.

Ed è proprio questo il caso in cui il tema ambientale può diventare un’opportunità commerciale per l’intero sistema portuale del Mediterraneo nel quale, pur acquisendo nuovi traffici, molte linee oggi transitano senza ricadute, neppure minime, di valore aggiunto!

Venendo a parlare del sistema portuale italiano va rilevato che il suo principale punto di forza sta proprio nella sua posizione geografica che lo colloca, strategicamente, lungo importanti rotte di traffico merci: Asia – Europa o Nord Africa-Europa.

Per i trasferimenti terrestri inoltre ben quattro dei nove Corridoi TEN-T interessano l’Italia.

Tuttavia sappiamo che i veri punti di debolezza – che limitano di cogliere le nuove opportunità – è legato ad alcuni elementi critici e cronici, primo fra tutti la congestione dell’ultimo miglio lato terra, che rappresenta ancora un handicap per molti porti italiani.

Ma su questo aspetto appare certo che, grazie all’intervento pubblico in atto, si avranno significativi risultati sia con lo snellimento della gestione burocratica sia per l’ammodernamento delle infrastrutture materiali e immateriali.

L’altro elemento di debolezza che rappresenta anche un rischio per il futuro è l’ormai ridotta presenza di big player italiani che hanno interessi con importanti quote di mercato nel settore marittimo logistico e portuale italiano.

Un dato questo, spesso sottovalutato, ma che ha concorso a determinare flussi di trasporto merci verso altre aree Nordeuropee.

In un’economia come quella italiana, ormai molto trasferita sui servizi, l’effetto principale della globalizzazione è di favorire l’ingresso di sempre più cospicui capitali stranieri nel sistema logistico portuale italiano, con il rischio però che questi condizionino e limitino le politiche strategiche e le prospettive di sviluppo dell’intero comparto.

Un prezzo che il nostro Paese non può permettersi di pagare.

Ecco perché oggi più che mai è fondamentale che le politiche logistiche portuali integrate vadano gestite come priorità nazionali e, se necessario, anche con decisi e decisivi interventi pubblici a tutela dell’economia reale e dell’occupazione.

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