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“Transizione energetica al buio?“ La parola d’ordine è diversificare davvero e senza ripetere errori

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Tempo di lettura: 2 minuti

Genova – La rincorsa affannosa alle fonti energetiche per evitare la crisi, ha fatto riscoprire, purtroppo in ritardo, la parola aurea di chi vuole investire anche nella vita quotidiana. La parola è diversificazione.

Diversificazione che ora è diventata parola d’ordine con il via vai dell’Italia in paesi produttori con la consapevolezza che arrivare all’indipendenza dal gas russo è complesso, appunto se si ha fretta.

La questione è stata affrontata anche al Palazzo della Borsa di Genova con il convegno “Transizione energetica al buio?“, appuntamento di dialogo e confronto organizzato dall’assessorato allo Sviluppo economico della Regione Liguria per affrontare il tema della crisi energetica, cercando, con esperti, di capire quali strumenti di mitigazione possano essere necessari per limitarne gli effetti.

Secondo il sindaco di Genova è un errore strategico enorme avere una sola sorgente per cui bisogna avere una coscienza critica per capire quali sono le alternative, perché non è neanche possibile pensare di produrre tutto all’interno dei nostri confini. Ma non possiamo neanche dire  basta, torniamo al carbone che sarebbe un altro errore enorme. Bisogna invece proseguire sulla strada della de carbonizzazione e aumentare le fonti energetiche primarie e fare in modo che l’energia che produciamo sia verde.

Bucci guarda con favore anche al nuovo nucleare con la seria possibilità che dall’Italia venga fuori la prima industrializzazione di un sistema serio di fusione, ovviamente non inquinante e senza isotopi radioattivi, quindi un nuovo tipo di energia.

E stata inoltre richiama l’attenzione sulla possibilità di produrre energia dal mare come fa l’Australia. Dal mare si può produrre un sacco di energia, è possibile che non siamo ancora in grado di farlo?

Per l’amministratore delegato Gianni Vittorio Armani si è dimenticato che la nostra fonte rinnovabile principale è l’idroelettrico. La metà della nostre concessioni è scaduta da tempo e l’altra metà scade nel 2029, periodo troppo breve per fare qualunque tipo di investimento mentre si dovrebbe avere  un orizzonte di lungo termine sulle concessioni idroelettriche, su cui si basa gran parte della nostra energia rinnovabile.

Anche per Armani riattivare le centrali a carbone non è la scelta ambientale più intelligente, ma nel caso dell’Italia porta a evitare sei miliardi di metri cubi di gas importato, rispetto ai trenta che importiamo dalla Russia. Nove miliardi possono venire dall’Algeria, altro Paese non particolarmente stabile. Poi, si può investire nella rigassificazione con terminali Gnl e sulle fonti rinnovabili.

E c’è anche da prendere in considerazione la gestione dei rifiuti, convertendo l’umido in biogas e utilizzando la termovalorizzazione. Non c’è una singola soluzione, ma ogni tassello dà un contributo  questa è necessariamente una crisi temporanea: nel giro di due, tre anni abbiamo le capacità di uscirne. Abbiamo lavorato a livello europeo per bloccare gli investimenti nel gas. Pur essendo in un percorso di transizione energetica, questo ha contribuito a rendere il nostro continente più dipendente dalle importazioni. Siamo passati da 20 a 3 miliardi di metri cubi di produzione di gas da giacimenti nazionali in dieci anni. Pur avendo riserve di gas, abbiamo aumentato la nostra dipendenza dall’estero. Situazione particolarmente pericolosa perché l’energia è alla base totale del nostro benessere.

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